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La classe operaia e il paradiso perduto

 

 

 
Autore: Luigi Coldagelli
 

E' uno degli intellettuali italiani più attenti ai problemi dell'occupazione. Professore emerito di Sociologia industriale alla Sapienza di Roma, ha da sempre concentrato le sue ricerche e i suoi studi sui mutamenti di condizione e di senso del lavoro, soprattutto quello dipendente. Con ‘Nuovi italiani' Aris Accornero  analizza il difficile momento  del lavoro italiano, in tutti i campi.

Professor Accornero, la crisi economica dovrebbe portare il tema del lavoro al centro dell'agenda politica italiana. Le sembra che questo sia avvenuto?
No, non mi pare proprio. Quello del lavoro è un tema trascurato da tempo. L'unico effetto ‘positivo' di questa bruttissima crisi, causata dalle follie della finanza americana, è che sembra avere risvegliato la politica dal suo torpore. Negli ultimi anni, in rapporto al mondo delle imprese, il lavoro e il suo mondo hanno infatti subito un generale e progressivo indebolimento. Di questo, finalmente, comincia a esserci una certa consapevolezza. Il dramma però è che la crisi comincia soltanto adesso a mostrare tutta la sua gravità, proprio in tema di occupazione. Dopo la crisi svalutazione della lira del 1992-1993 - crisi tutta italiana - abbiamo impiegato quasi dieci anni a recuperare i 750 mila posti di lavoro che si persero. Oggi purtroppo, anche a non essere pessimisti a oltranza, c'è una situazione analoga: basti pensare che nel Nord-Est soltanto il 10% degli imprenditori pensa di tornare ad assumere. La situazione fa pensare dunque a un disastro sociale strisciante. E di questa situazione la politica ha una bella fetta di responsabilità (e un po' anche i sindacati). Un esempio? Si veda quanto poco il tema del lavoro è stato presente nella recente campagna elettorale.

Partiamo dalla politica allora. Cosa ha fatto di buono finora il governo in questo settore, ammesso e non concesso che abbia fatto qualcosa?
Mettiamola così: non è che il governo non abbia fatto nulla. Però ha fatto soltanto il minimo indispensabile. Nel 2007 il centrosinistra al governo, grazie all'allora ministro Damiano, aveva avviato una riforma degli ammortizzatori sociali che introduceva nel mercato del lavoro una revisione delle tutele per eliminare ingiustizie e sprechi. Oggi la crisi fa pensare che sarebbe appunto proprio questo il momento di ripensare tutto l'armamentario di provvidenze che vanno dalla cassa integrazione ai sussidi di disoccupazione. Tutte cose già messe in cantiere con il voto del Parlamento e l'assenso dei sindacati. Il governo invece le ha voluto deliberatamente ignorare. Un errore grave. Tremonti e Sacconi si sono limitati a estendere gli attuali benefici, così come sono, ad alcune categorie e settori. Un po' di soldi spesi in più, ma in un disordine complessivo che alla lunga scontenta, come ha dimostrato la delusione dei lavoratori para-subordinati, e che finanziariamente non sembra poter reggere.

E l'opposizione?
C'è stata molta protesta e poca proposta. Il tema centrale della riforma Damiano, fare giustizia di alcune inaccettabili storture modernizzando le tutele di tutti i lavoratori dipendenti e para-autonomi, non è stato minimamente sostenuto. La sinistra ha molto battuto sul tasto dei salari, e questo ci voleva. Oggi però il problema è proprio che il mondo del lavoro conta di meno non soltanto in termini di salari ma di poteri e di immagine. Finirà che dall'anno prossimo i negozi resteranno aperti anche il 1° Maggio... Se si vogliono riconquistare gli operai, bisogna che il ruolo e il peso del lavoro siano davvero il perno di un'azione strategica.

Che ne pensa della proposta Ichino sul Contratto unico?
Viviamo nell'insicurezza del posto, c'è poco lavoro, ci sono molti lavori che durano troppo poco, e come se non bastasse durano meno anche quelli a tempo indeterminato. Il contratto unico è stato ideato per convincere gli imprenditori a tenersi quelli che assumono, con la facoltà nei primi anni di licenziarli con un esborso. A me sembra che, così com'è stato proposto, questo strumento non offra sufficienti garanzie, a cominciare dalla soppressione dei rapporti di lavoro precari per definizione, che sono molti, troppi, e infatti l'Italia è il Paese che ne ha di più. Non credo che gli imprenditori, e soprattutto Sacconi, intendano farne a meno: il ministro ha addirittura ripristinato una modalità che il suo predecessore aveva cassato... La situazione è tale che perfino chi ha un contratto stabile teme la precarietà: ecco gli effetti del post-fordismo, vistosi già a partire dagli indicatori di nascita e mortalità delle imprese. La debolezza del lavoro e di chi lavora è il vero problema che deve affrontare chiunque voglia adoperarsi per migliorare lo stato delle cose.

Ma come è avvenuto che il lavoro sia arrivato al terzo millennio così indebolito?
Determinante è stato il mutamento nella struttura delle imprese, vistosissimo nella sua fisicità ma mai discusso e affrontato male e tardi. Il post-fordismo ha destrutturato i luoghi e i modi del lavoro. Faccio solo un esempio: 30 anni fa le aziende con oltre 500 addetti davano lavoro ad oltre il 40 per cento degli occupati, mentre oggi questa stessa percentuale è coperta dalle imprese con meno di 10 addetti, che in Italia sono il 95 per cento del totale. Questo drastico ridimensionamento, frutto di dispersione e al tempo stesso di diffusione del tessuto produttivo, non è un mero fatto statistico poiché descrive una immane trasmigrazione sociale, che ha mutato i rapporti del lavoro con l'im­presa e con il territorio. E se è vero che le imprese medie e piccole, così come i distretti industriali, ci fanno reggere la competizione internazionale, è anche vero che questa frantumazione ha indebolito il lavoro poiché ha marginalizzato le sue cattedrali. Quelle grandi concentrazioni erano non soltanto un simbolo ma anche una leva di potere per i sindacati, non foss'altro per la facilità con cui i lavoratori potevano essere fisicamente raggiunti. Oggi i lavoratori sono distribuiti su una struttura aziendale parcellizzata che contribuisce anch'essa, e non poco, all'indebolimento del lavoro.

Rimpianti per una classe operaia che non c'è più?
Non è questione di rimpianti. La "classe operaia" si basava innanzitutto e soprattutto su una struttura fisica che favoriva l'inveramento del soggetto attraverso la sua rappresentanza. Faccio una provocazione: se 50 anni fa avessimo già avuto il modello produttivo di oggi, nemmeno Togliatti e Di Vittorio sarebbero bastati a far contare di più i lavoratori italiani. Questa nuova struttura materiale del lavoro può essere rappresentata e difesa adeguatamente soltanto da organizzazioni molto più articolate, mentre invece i sindacati si stanno sempre più accorpando: oggi i tessili stanno insieme ai chimici e agli elettrici... E' chiaro che i sindacati hanno una differente visione strategica. Sento tante sofisticate spiegazioni culturali sulla "crisi della rappresentanza sindacale", ma se non si parte da qui ogni ragionamento diventa astratto...

...Come la stessa rappresentanza politica...
Per anni è stato ignorato il processo sotterraneo di mutamento nel peso e nell'importanza degli operai e del lavoro nella società. Mentre si difendevano strenuamente le grandi imprese, non si osservavano con attenzione le tante piccole nelle quali andavano a finire i lavoratori usciti dalle grandi (e alcuni diventati loro stessi imprenditori). E adesso ce n'è tanti, tantissimi che non lavoreranno mai in una grande impresa, e che magari lavoreranno sempre in una piccola. Dove non è facile rappresentare i lavoratori, e diventa impossibile quand'è troppo piccola. Così è anche più difficile tutelare il lavoro, per cui - ad esempio - l'organizzazione dovrebbe seguire le filiere produttive, le catene del valore. Certo non ci sono soluzioni certe, perché questi processi hanno una notevole complessità. Ma un sindacato moderno deve confrontarsi con queste realtà, e dovrebbe saperle gestire.

A proposito di sindacati moderni, l'unità sindacale sembra diventato un tema di cui nessuno parla più.
Voglio essere sincero. Mi chiedo se la situazione non fosse migliore nei primi anni Settanta, quando l'unità sindacale sembrava vicina. Eppure non ci sono più i due grandi partiti che allora riluttavano all'idea, e succede addirittura che i tre maggiori leader militino nello stesso partito. Forse l'osta­colo vero non era la politica dei partiti. Forse le differenze interne pesavano troppo. Il fatto è che se non si fanno vere rinunce e veri scambi fra culture, l'unità sindacale resta un obiettivo irraggiungibile anche in senso organizzativo. Mentalità e valori, soprattutto tra Cgil e Cisl, sembrano ancora troppo diversi. L'unica strada da perseguire è una vera e ritrovata unità di azione. Per ora mi accontenterei.

Pubblicato il 8/5/2010 alle 19.43 nella rubrica diari.

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